ANATOCISMO

ANATOCISMO BANCARIO

Per anatocismo, s’intende la prassi bancaria in forza della quale vengono applicati sul saldo debitore, generalmente a cadenza trimestrale, i c.d. interessi composti (o interessi sugli interessi).

Di seguito proponiamo due tabelle sul calcolo trimestrale degli interessi semplici e composti classico esempio di problematiche di calcolo anatocistico.

Si noterà come nella seconda, gli interessi composti siano maggiori dei semplici.

Totale interessi (passivi): Euro 8.243,22

In pratica, gli interessi vengono conteggiati Banca ogni trimestre, esposti come “voce” nell’estratto conto, per finire sommati al saldo debitore finale.

Così facendo, gli interessi “capitalizzati” nel trimestre precedente producono, allo scadere del trimestre successivo, a loro volta interessi che vanno a capitalizzarsi sul saldo finale, e così via, in una spirale senza fine.

Tale prassi di capitalizzazione degli interessi è illegittima.

Di seguito un esempio di calcolo

Tasso d’interesse: 10%
Capitale iniziale: € 1.000,00
Periodicità di liquidazione degli interessi: trimestrale

Calcolo senza anatocismo

interesse trimestrale = (1.000,00 x 3 x 10)/1200 = € 25,00
quindi, ogni trimestre i 1.000 euro di capitale fruttano sempre € 25,00

Calcolo con l’anatocismo

interesse del primo trimestre = (1.000,00 x 3 x 10)/1200 = € 25,00
interesse del secondo trimestre = [(1,000,00 + 25,00) x 3 x 10]/1200 = € 25,625
interesse del terzo trimestre = [(1.025,00 + 25,625) x 3 x 10]/1200 = € 26,265625

e così via per gli altri trimestri …

Quindi, con l’anatocismo aumentano gli interessi da corrispondere al creditore.

Le clausole contenute nei contratti bancari alludenti a tale “prassi” (c.d. clausole anatocistiche) sono infatti nulle, perché in violazione del divieto di anatocismo sancito dall’art. 1283 c.c. che riportiamo qui di seguito:

Art. 1283 Anatocismo

In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi (att. 162).

Le Banche, del resto, non possono invocare in loro favore alcun “uso” formatosi e consolidatosi dopo l’entrata in vigore del codice civile, posto che nel nostro ordinamento, i c.d. usi “contra legem” non sono tollerati, come si desume agevolmente – ed a tacer d’altro – dall’art. 1 delle preleggi sulle fonti del diritto e la loro gerarchia.

Del resto il divieto dell’anatocismo (bancario e non) è sempre esistito nel nostro ordinamento giuridico in virtù dell’art. 1283 del Codice Civile. Tuttavia le Banche agivano legittimamente quando applicavano la sopraesposta metodologia di calcolo degli interessi sui conti correnti, perché tale comportamento consuetudinario era stato ampiamente avallato dalla giurisprudenza, almeno fino al momento in cui ha preso il via tutto il processo di revisione interpretativa delle norme riguardanti la fattispecie dell’anatocismo. Processo di revisione culminato con la definitiva sentenza del 4 novembre 2004, n. 21095, delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, nella quale in sostanza si afferma l’illegittimità, anche per il passato, degli addebiti bancari per anatocismo.

Prima di questa famosa sentenza c’era stato comunque l’art. 25 del Decreto Legislativo n. 342/1999, comma 2, che, introducendo un nuovo comma all’art. 120 del D. Lgs. n. 385/1993 (Testo Unico Bancario), ha previsto la possibilità di stabilire, tramite un’apposita delibera del Cicr (Comitato Interministeriale per il Credito e Risparmio), le modalità ed i criteri di produzione degli interessi sugli interessi (anatocismo), maturati nell’esercizio dell’attività bancaria, purché fosse rispettata la stessa periodicità sia nel conteggio sui saldi passivi, sia su quelli attivi.

In sostanza, la volontà legislativa, trasfusa nel TUB, è nel senso della non illegittimità del comportamento delle Banche qualora queste provvedano a liquidare periodicamente non solo gli interessi maturati a loro favore, ma anche quelli a credito del correntista. È sufficiente il riconoscimento di questa reciprocità di trattamento e quindi la contabilizzazione sul conto corrente di eventuali interessi a credito della clientela, per essere in regola con le norme legislative disciplinanti il complesso fenomeno dell’anatocismo.

Il sigillo ufficiale al suddetto nuovo corso in tema di calcolo degli interessi bancari è stato poi apposto dalla sentenza del Cicr emanata il 9 febbraio 2000, la quale ha definitivamente fissato il momento di decorrenza dell’obbligo, a carico delle Banche, di riconoscere ai correntisti pari periodicità nella liquidazione degli interessi. Questo momento è venuto quindi a coincidere con la liquidazione del 30 giugno 2000 e vedremo quanto questa data sia di grandissima rilevanza ai fini del ricalcolo degli interessi anatocistici.

Vuoi verificare se anche tu sei stato oggetto di pratica anatocistica da parte della tua Banca, per interessi passivi sul conto corrente (fido di scopertura) o per prestiti/mutui?

Un’eventuale perizia di parte si dovrà basare sull’attento esame della seguente documentazione (se è possibile in originale):

  1. contratti di conto corrente stipulati e sottoscritti dalle parti, contratti di conto corrente anticipi, contratti di conto salvo buon fine, contratti vari es. prestito d’oro ecc.;
  2. eventuali prospetti informativi allegati al contratto con esplicate le condizioni praticate sia all’apertura del conto corrente che successivi;
  3. estratti conto (ordinari e paralleli) comprensivi di conti a scalare e prospetti di liquidazione delle competenze bancarie;
  4. eventuali contratti ipotecari e/o sottoscrizioni di fideiussioni a garanzia della concessione di apertura del credito;
  5. eventuale richiesta di rimborso inviata presso l’ Istituto di credito , interruttiva della prescrizione, che è decennale( inizia a decorrere dalla data di chiusura di conti correnti).

Si precisa il concetto secondo cui, senza la documentazione sopra indicata, non è possibile addivenire ad alcun risultato.

Il correntista può però chiedere alla Banca una copia degli estratti conto e di eventuali altri documenti relativi agli ultimi dieci anni, sostenendone ovviamente le spese. A tal proposito si consiglia di conservare sempre tutti i documenti bancari pervenuti, in quanto, lo si ribadisce, gli istituti di credito, ai sensi dell’art. 2220 del codice civile, non sono tenuti a preservare gli stessi nei propri archivi oltre i dieci anni (si legga per chiarimenti la sentenza della Suprema Corte del 12 Maggio 2006 n. 11004).

Altresì, occorre evidenziare che si tratta di procedimenti di notevole impegno che richiedono l’ausilio di professionisti (avvocati di concerto con commercialisti) con i quali valutare attentamente l’opportunità (alla luce della suindicata documentazione bancaria) di ottenere un giusto risarcimento delle somme illegittimamente percepite dalla Banca e di ripetere tutte le somme pagate, oltre interessi legali dalla data dell’addebito al soddisfo (recentemente si espressa in tal senso la Corte Suprema con varie pronunzie cfr. Cassazione Civile dell’ 8.5.2008, numero 11466; Cassazione Civile del 30.11.2007, numero 25016; Cassazione Civile del 19.3.2007, numero 6514; Cassazione Civile del 13.10.2005, numero 19882; Cassazione Civile del 14.5.2005, numero 10127; Cassazione Civile del 25.2.2005, numero 4095) oltre il rimborso delle spese sostenute.

Tanti Clienti hanno già ottenuto la restituzione di ingenti somme di danaro, che hanno poi destinato all’avvio di un progetto di previdenza integrativa, trasformando in attivi quelli che erano interessi passivi!